Quando a tuo figlio viene supposto o diagnosticato un disturbo ti trovi disorientato, non sai esattamente di cosa si tratta. Qualcosa non va?

  • Posted on:  Martedì, 07 Ottobre 2014 18:20
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Tuo figlio ha un comportamento o una risposta scolastica differente da quella ritenuta nello standard?

Intervengono segnalazioni o certificazioni con diverse descrizioni e sigle. E tu non sai che cosa fare, non sai che cosa pensare, nell’incertezza, non sai se accettando la definizione certificata lo stai aiutando oppure se stai compromettendo il suo futuro, tu non stai capendo che cosa succede.

PENSARE oltre con il suo sito, i suoi libri e le sue pubblicazioni cerca di informarti su come chiarirti le idee su quelli che vengono definiti disturbi.

È molto importante che tu capisca innanzitutto che cosa significa la parola disturbo.

Definizione di Disturbo: una significativa variazione del comportamento rispetto alla media degli individui di quella età e cultura. (R.E.Kendell – The British Journal Of Psychiatry (2002) 180: 110-115 – The Royal College of Psychiatrist).

Quali conseguenze possono derivare da quello che viene proposto come aiuto, rimedio o cura nell’immediato, riguardo a quello che viene classificato come un deficit.

Ciascuno di noi risponde in modo differente a stimoli e domande, ciascuno di noi ha modi e stili differenti nel fare e nell’eseguire un compito, un lavoro, o una mansione che gli viene affidata.

Questa differenza di risposta è spesso apprezzata nell’età adulta per risolvere problemi pratici, manageriali, oppure per effettuare nuove invenzioni, e questo vale in ogni settore della vita, sia per progettare una sedia, curare un giardino, oppure inventare un nuovo brevetto scientifico o tecnologico. Se non ci fosse questo movimento creativo avremmo tutti lo stesso mobilio e lo stesso abito e lo stesso appartamento o automobile. Il motore dello scambio fra gli esseri umani è questa possibilità di offrire qualcosa di singolare e differente agli altri.

Non siamo tutti uguali e questo è un pregio e un motore di ricchezza e di libertà.

Ciascuno di noi è un’entità particolare, e questo è riscontrabile come esperienza quotidiana negli incontri affettivi con gli altri. Questa particolarità umana diviene un problema per i bambini in età scolare quando l’alunno non rientra nei parametri della media di quelli che sono ritenuti e comportamenti o le acquisizioni scolastiche standard. Ma è molto importante intendere che ciascuno ha tempi differenti di apprendimento e di stile nell’eseguire le cose. A nessuno di noi verrebbe in mente di pretendere che un armadillo si comporti come un bradipo, anzi, accogliamo con gioia e meraviglia quella differenza e non riteniamo che vi sia qualche imperfezione da correggere. Quando si tratta degli esseri umani, invece, i parametri cambiano, l’uniformità delle intelligenze deve diventare una regola di adeguamento sociale, così la misurazione di ciò che è definito normale passa attraverso una serie di acquisizioni che se non avvengono nei termini e tempi stabiliti dai programmi scolastici, in modo automatico, senza porsi altre domande, divengono disturbi.

Ma un buon cittadino non è tale perché pedissequamente adeguato a un parametro, ma lo è quando è armonico nel dare agli altri il proprio contributo di originalità nel rispetto della differenza. E questo rispetto della differenza occorre avvenga in ogni ambito della società: nella scuola, in famiglia, nello sport, nel divertimento.

La generazione precedente all’attuale usufruiva di tempi, spazi e relazioni dedicati all’infanzia oggi totalmente scomparsi. I bambini vivaci scorrazzavano nel cortile per interi pomeriggi, i bambini tranquilli potevano contare su lunghe pause di silenzio.

Nessuno si sarebbe chiesto se un ragazzino taciturno oppure uno baldanzoso fosse afflitto da un qualche disturbo, vero è che non di rado genitori e nonni dichiaravano,: “ smettila di disturbare tua sorella, tuo fratello, tua cugina, gli amici, etc”. Ma era una parola inserita nei termini dell’educazione, delle buone maniere, del galateo, del rispetto per gli altri, ben lungi dal ritenersi un comportamento da seguire con una terapia o peggio da curare medicalmente. Come è pure vero che in classe c’era rispetto per l’insegnante, perché l’intera società riteneva l’insegnamento un lavoro importante e non un impiego-ripiego rispetto a carriere più prestigiose. Insegnare, educare è un lavoro virtuoso e pregevole, ma chi lo riconosce come tale oggi? Allora che cosa è accaduto all’intera società che ha fatto sì che all’educazione, all’autorevolezza dell’insegnare, si sia sostituita la diagnostica e paradossalmente l’apparato della medicina.

La moda di quest’epoca è la certificazione del disturbo.

Classificato come alterazione cerebrale, neuro diversità o altro e che di conseguenza curato come tale.

È molto importante capire allora di che cosa si tratta nello specifico, in modo da potere percorrere strade differenti rispetto alla certificazione che bolla il bambino ingabbiandolo in un percorso unico, perché deve essere chiaro che una certificazione, di qualsiasi tipo, identifica quel bambino con il disturbo, e diventa in qualche modo la sua carta d’identità, quando in realtà è solo una piccola parte della sua esistenza che soventemente si risolve con strategie e cambiamenti di stile di vita. Per esempio, facendogli compiere altre esperienze, adottando altri strumenti di apprendimento (e anche controllando semplicemente che non sia astigmatico e che l’udito sia a posto). Molti bambini risolvono da soli problemi scolastici con esperienze personali che nulla hanno a che fare con l’ambito scolastico. Perché l’infanzia è un’età particolarmente ricca di apprendimenti che possono verificarsi altrove rispetto alla scuola. Un bambino energico e di poche parole potrebbe diventare una guida alpina, così come una fanciulla riflessiva, un’astronoma o una meticolosa stilista di sartoria.

A ciascuno il suo destino, nei modi e nei tempi dell’infanzia e non degli adulti. L’infanzia richiede tranquillità, indulgenza, capacità di attendere senza ansie di prestazione.

adultizzando i bambini, i quali sanno digitare con il computer molto meglio dei loro genitori, ma le tecnologie hanno sottratto loro l’esperienza motoria, la percezione del corpo e i programmi di scrittura digitale incentivano gli errori ortografici i quali vengono corretti in automatico dalle applicazioni. Inoltre, non va dimenticato che c’è una scrittura Internet, scritta dai giovani, che reinventa la lingua con vere e proprie “salse” di lettere, numeri e parole inventate (neologismi che passano dalla disgrafia alla dislessia alla sconnessione con sommo divertimento degli internauti, dato che è un gioco inventivo), che farebbero impazzire la psichiatria classica fino a farle dichiarare che tutti gli utenti di Internet sono afflitti da schizofrenia e schizofasia acuta, compresi i loro inventori. Dunque, come pretendere poi, che quando i ragazzi scrivono in calligrafia, l’ortografia sia corretta?

Nemmeno gli adulti lo sanno fare più. La calligrafia è un’arte del disegno, dell’eleganza delle forme, richiede pazienza, elaborazione, ripetizione, ascolto molto attento, fonema per fonema.

Per l’ortografia e la calligrafia, ancora oggi, in molti paesi europei si dedica molto tempo alla dettatura.

Noi, invece, ci siamo meccanizzati. Figli dell’ipertecnologica, abbiamo perso i tempi per sapere, riflettere, ragionare, elaborare, intendere.

Allora perché ciò che sta rendendo analfabeti di ritorno noi adulti diventa un problema così grave per i ragazzini? Se noi adulti per primi, molto pacificamente, ci permettiamo calligrafie illeggibili, anche se super laureati, perché aggrediamo l’infanzia?

Ce lo siamo mai chiesti se riusciamo a risolvere noi stessi i test a cui i nostri bambini ora sono sottoposti per valutare i loro “disturbi dell’apprendimento?” con risposte chiuse dove si barra una crocetta? Sappiamo noi eseguire algoritmi di calcolo (divisioni e moltiplicazioni), senza una calcolatrice? Sappiamo noi memorizzare sequenze di numeri? Mah! Molti non sanno neppure il proprio numero di telefono da quando c’è il cellulare, tanto meno ricordare una sequenza appena letta, anche fosse quella del numero telefonico dell’innamorato. Dunque?

Che cosa sta accadendo allora a tutti noi?

Insegnanti, genitori, alunni, famiglie? Sta accadendo che viviamo di fretta, tutto deve essere veloce, apparentemente risolvibile con facilità, anche se in cuor nostro sappiamo che non è vero, perché anche noi non meno dei nostri figli, il difficile lo sperimentiamo sulla nostra pelle.

Dedichiamo poco tempo alla conversazione, non viviamo il piacere di stare insieme, accade che le metodologie d’insegnamento si modifichino continuamente, si sovrappongano l’una all’altra creando confusione, si fa un po’ di tutto e di più, trascurando l’elemento più importante dell’infanzia che è costituito dal rispetto di ritmi e tempi diversi dei bambini.

Si trascura un autentico contatto con la natura, quel contatto, che non è fatto dall’ora d’aria nel giardinetto, ma di lunghe pause, di silenzio, di osservazione, dell’arrampicarsi sugli alberi, di percezione del proprio corpo in spazi aperti. Forse vogliamo abolire l’infanzia? Ebbene, non si può. Ciascuno, osservando attentamente il proprio figlio, senza pregiudizi, senza giudicarlo, scoprirà la grandezza di ciò che è, il suo specifico talento, osservandolo in quello che fa senza paragonarlo agli altri, senza competizione, senza conflitto, capirà, amerà, avrà fiducia, solo allora ciascuno troverà anche la strada più idonea per affrontare un ostacolo che non è un problema, ma una sfida, un cimento, un modo per trovarsi, insegnanti, genitori e figli più forti. Accresciuti.

Questa è la premessa di PENSARE oltre ed è un invito a proseguire la lettura, l’approfondimento di un tema tanto vitale non solo per i nostri piccoli, ma per il futuro di questa società, anche se vi sembra talvolta complesso, con termini che appaiono astrusi o sconosciuti: Bene! Forza!

Prendete un dizionario di carta oppure online e andate avanti, non abbiate paura, non arrendetevi, capirete. Chiarendo le parole possiamo arrivare a comprendere meglio che forse le terminologie coniate dei disturbi sono create ad hoc per confondere o apparire nuove scoperte scientifiche, quando in effetti non lo sono. E capendo vi sarete dotati di strumenti utili per valutare un nuovo punto di vista e trovare dunque vere differenti soluzioni.

 

PENSARE oltre Movimento Culturale Associazione Non-profit

Letto 13922 volte Ultima modifica il Mercoledì, 20 Febbraio 2019 14:26

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