Critiche alla Teoria Biologica delle Monoamine dei Disturbi Mentali

  • Posted on:  Martedì, 01 Ottobre 2013 08:05

Scritto da dott. Giuseppe Scotece   

La cosiddetta teoria biologica dei disturbi mentali, nota anche come "Teoria delle Monamine", appare a nostro modo di vedere riduttiva come spiegazione plausibile ed esaustiva delle cause che sono considerate all'origine dei disturbi mentali . Essa parte dai seguenti assunti:

Nella genesi della Depressione sarebbe coinvolto un deficit dei Neurotrasmettitori Monoaminergici, in particolare di Noradrenalina (NE) e di Serotonina (5-idrossitriptamina [5-HT]).

Nella genesi della Schizofrenia e degli altri disturbi psicotici sarebbe invece implicato, a livello cerebrale, un eccesso di Dopamina.

Nei Disturbi D'Ansia verrebbe invece chiamata in causa una ipofunzionalità GABA-ergica. Il GABA (Acido Gamma-Amino Butirrico) eserciterebbe un effetto inibitorio, sia a livello dei corpi cellulari, sia a livello sinaptico, sulle proiezioni corticolimbiche noradrenergiche e serotoninergiche, la cui iperattivazione indurrebbe gli stati d’ansia.

Riteniamo queste teorie eziopatogenetiche biologiche eccessivamente organicistiche, in quanto escludono dalla considerazione delle possibili cause di sofferenza psichica e dei processi neurologici, neuroendocrini e biochimici che avvengono all'interno dell'organismo e del sistema nervoso centrale (SNC), i processi fondamentali di feedback e di interazione dervanti dalla vita di relazione che caratterizzano l’essere umano.

Un breve Excursus medico-farmacologico consentirà di comprenderne meglio i presupposti teorici.

La teoria biologica delle Monamine dei disturbi mentali è concettualizzata in analogia con il modello delle cosiddette malattie organiche Neuroendocrine, Endocrine e Metaboliche, quali per esempio:

Adenomi Ipofisari; Malattie del Surrene (Morbo di Addison, Sindrome di Cushing, Iperaldosteronismo, Feocromocitoma, ecc.); Malattie della Tiroide (Gozzo eutiroideo, l’Ipo- o l’Ipertiroidismo, ecc.); Malattie del Fegato (Epatiti, Cirrosi, Tumori, ecc.); Malattie del Pancreas Endocrino e Esocrino (Diabete Mellito di tipo I, Insulina dipendente), ecc.

Esse prevedono la presenza di un danno, oppure di una lesione o disfunzione organica dimostrabile alla base del disturbo o della patologia (presenza di sintomi fisici caratteristici della malattia, utilizzo della diagnostica strumentale e per immagini, analisi di laboratorio, ecc. ai fini diagnostici).

Per esempio, nel Diabete Mellito di tipo I, Insulina dipendente, si verifica una degenerazione delle cosiddette Isole di Langherhans del Pancreas Endocrino, da cui scaturisce la mancata produzione dell’ormone Insulina, e conseguente iperglicemia, glicosuria, chetoacidosi, ecc.

Le Cause considerate alla base di tale patologia possono essere svariate: genetiche-ereditarie; autoimmunitarie; ambientali (virus, batteri, sostanze chimiche, ecc.);

La Terapia è esclusivamente Farmacologica-Ormonale, e consiste nella somministrazione periodica, tramite iniezione, di Insulina sintetica. Oppure, chirurgica (trapianto del pancreas).

Tutte queste malattie sono accomunate dal fatto che:

  • E' presente un danno organico (dovuto a lesioni, tumori, cause autoimmunitarie o a cause idiopatiche/sconosciute);
  • La terapia è, laddove è possibile, esclusivamente chirurgica (per es. trapianto dell’organo ammalato); farmacologica (farmaci, somministrazione dell'ormone o della sostanza che non viene più prodotta dall'organismo), oppure prevede l’impiego di una dieta specifica.
  • Il disturbo non può essere modificato e non risente in positivo dei dati dell’esperienza esterna (esperienze di vita positive, comunicazione, persuasione, ecc.).

Ipotizzando che la teoria delle Monoamine dei Disturbi mentali (deficit o eccesso di un singolo Neurotrasmettitore), basata su tali presupposti teorici, fosse applicabile tout court all’eziologia dei disturbi mentali - una teoria che prevede sempre lo stesso fattore eziologico causale alla base del disturbo (deficit o eccesso di un singolo neurotrasmettitore), il quale agisce sempre con lo stesso meccanismo di azione - essa dovrebbe soddisfare le seguenti condizioni:

  • Presenza di un danno organico dimostrabile in ogni categoria di disturbi mentali.
  • Invarianza del quadro clinico per tutte le categorie di disturbi all’interno di una stessa sezione di disturbi mentali.

Spiegare come un deficit o eccesso di un singolo Neurotrasmettitore possa dare vita a disturbi con cortei sintomatologici diversificati all’interno di una stessa sezione (quali disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbi psicotici, ecc.).

La terapia dovrebbe essere esclusivamente farmacologica (somministrazione di agonisti o antagonisti che contrastano il deficit o l’eccesso dei neurotrasmettitori specifici) e risolutiva.

Il disturbo dovrebbe essere refrattario ai dati dell’esperienza esterna (esperienze di vita positive, comunicazione, persuasione, ecc.) derivanti dalla vita di relazione, e di conseguenza anche alle cosiddette Psicoterapie.

I dati clinici invece, dimostrano effettivamente il contrario!

Nei disturbi mentali, non dovuti a una condizione medica generale, oppure all'assunzione di sostenze o farmaci, non è dimostrabile alcun danno organico a livello cerebrale (atrofia, ipertrofia, lesioni, ecc.), come avviene per esempio nelle malattie neurodegenerative, quali nel Morbo di Parkinson, nella Sclerosi Multipla, nel Ritardo Mentale, ecc.; né uno squilibrio neurotrasmettitoriale (eccesso o deficit di uno specifico Neurotrasmettitore).

Il quadro clinico cambia all’interno di ogni categoria di disturbo mentale. All’interno della sezione Disturbi D’ansia abbiamo per esempio i Disturbi di Panico, il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, la Fobia Specifica, il Disturbo d’ansia Generalizzato, la Fobia Sociale, ecc., tutti caratterizzati da specifici cortei sintomatologici.

La terapia farmacologica nei disturbi mentali non soltanto non è risolutiva, ma se prolungata nel tempo, produce una quantità di gravi effetti collaterali, e induce tolleranza e dipendenza, come si può osservare per es. nella terapia con i farmaci ansiolitici (le Benzodiazepine, BDZ).

I Disturbi mentali risentono tutti, tranne forse poche eccezioni, dell'influenza del dato esterno derivante dalla vita di relazione psico-sociale, e possono essere influenzati e modificati tramite interventi terapeutici specifici.

Una analisi approfondita, che vista l’importanza dell’argomento, sarebbe più che indicata, esula tuttavia dalle finalità di questa trattazione.

Esiste una letteratura specialistica sterminata a riguardo, che evidenzia in modo scientifico e chiaro l’utilità limitata e la pericolosità delle cosiddette “terapie farmacologiche” prolungate nel campo delle malattie mentali/psichiche.

Gli stessi psichiatri raccomandano per esempio di non prolungare la terapia farmacologica con ansiolitici oltre le 4-6 settimane!

Si tratta di una terapia sostanzialmente sintomatica (per es. riduzione della sintomatologia ansiosa acuta) e palliativa, che non dovrebbe essere intesa come terapia farmacologica di mantenimento, e menchemai dovrebbe perseguire finalità curative o risolutive!

A noi, in qualità di Psicologi clinici, interessa dimostrare in primis che i Disturbi mentali sono chiaramente modificabili sulla base dei dati esperenizali (quali apprendimenti, eventi piacevoli e rassicuranti, psicoterapie mirate), sotto forma di riduzione o di risoluzione della sintomatologia clinica.

Un dato che è già di per sé un chiaro indicatore inequivocabile, la prova regina del fatto che non esiste o è presente alcuna lesione, danno organico, squilibrio ormonale o di Neurotrasmettitori permanenti nei disturbi psichici.

Non è neanche lontanamente ipotizzabile che i Disturbi psichici siano indipendenti dai fatti, dai dati e dalle esperienze derivanti dalla vita di relazione psico-sociale.

L’insieme delle considerazioni dimostra ancora una volta e in modo incontrovertibile l’importanza della vita di relazione, sia per quanto concerne la genesi che la modificazione dei sintomi e delle manifestazioni presenti nei disturbi mentali.

Appare quindi più che lecito ipotizzare che i processi neurofisiologici, neuroendocrini e biochimici si svolgono in funzione della vita  di relazione dell’individuo, e non il contrario, fatta eccezzione per i processi neurovegetativi di base (regolati dal SNA: simpatico – parasimpatico), quali quelli che regolano la motilità gastrointestinale (peristalsi), la frequenza cardiaca e respiratoria, ecc., inerenti appunto le funzioni definite come vita vegetativa.

Considerare, infatti, la biochimica come primum movens, vale a dire come fattore causale del comportamento umano, e non invece determinato da bisogni, scopi, motivazioni, passioni, emozioni, esperienze passate, fattori di personalità, in funzione dell’educazione che ad ognuno di noi è stata impartita, e via discorrendo, sarebbe a nostro avviso un po’ come mettere il carro davanti al bue.

Altrimenti si corre il rischio di dover presupporre  l’esistenze di una qualche entità misteriosa, di un homunculus motorio che opera nel nostro cervello o Sistema Nervoso Centrale (SNC), e che alla stregua di un deus ex machina,  ci fa muovere e reagire, e ci condiziona seconda la sua volontà, ecc.

Per fare un esempio pratico: gli aumenti della pressione sanguigna, della frequenza respiratoria, della sudorazione, ecc. che si innescano in seguito ad una attività sportiva che si è iniziata volontariamente, sono secondari, e si manifestano come meccanismo di adattamento fisiologico e metabolico, una volta che si è dato il via volontariamente all’attività sportiva. Tali cambiamenti metabolici, neurofisiologici e neuroendocrini non sono primari, ma conseguenti all’azione intrapresa volontariamente.

E' indubbio constatare che bisogni primari, quali appunto il bisogno di cibo, di sonno, il desiderio sessuale, possono attivare primariamente il comportamento umano, conseguente a processi neurofisiologici che innescano uno stato di disagio interiore e l'impulso susseguente finalizzato ad un loro soddisfacimento.

Tuttavia, una volta avviato il comportamento finalizzato,  saranno, secondo noi, l’esito e le valutazioni conseguenti del risultato delle azioni a condizionare il nostro stato d’animo e le emozioni risultanti, a plasmare il comportamento che adotteremo in seguito, ecc., e non la biochimica, sotto forma di deficit o eccesso di specifici neurotrasmettitori cerebrali.

Il grado di soddisfazione o di insoddisfazione che una persona sperimenta, per es. dopo aver consumato un pasto (il cui impulso a cibarsi è stato innescato da stati neurofisiologici) non sarà riconducibile, a nostro avviso, a processi biochimici, ne sarà esclusivamente in funzione della qualità del cibo consumato (determinata dalla prelibatezza degli ingredienti o della maestria nella preparazione), ma dipenderà anche da altre variabili, tra cui  la gradevolezza o l'esclusività dell’ambiente, le persone che erano presenti, gli standard di qualità che la persona ha interiorizzato, i fattori di personalità e l’educazione che è stata impartita alla persona, alla posizione sociale che occupa, al lavoro che svolge, ecc. E si potrebbe proseguire ad oltranza.

Il concetto di autoefficacia percepita introdotto da Bandura (Autoefficacia. Teoria e applicazioni, A. Bandura, Ed. Centro Studi Erickson, 2000), per es., ha messo in evidenza come “le aspettative proprie e altrui riguardo le prestazioni, esercitano un’influenza particolarmente forte sui comportamenti e sulla valutazione degli effetti e dei risultati ottenuti e, di conseguenza, sui processi di apprendimento, (…) così come sulle reazioni affettive e cognitive che conseguono a tali risultati”. (Psicologo, verso la professione, P. Moderato, F. Rovetto, cap. 14, pag. 290, Ed. McGraw-Hill, 2001).

Considerazioni finalizzate in ultima analisi a sottolineare che, anche se un comportamento umano può prendere l’avvio da processi biologici e stati fisiologici interni, saranno tuttavia l'insieme di fattori psicologici, educativi, relazionali-sociali, cognitivi ed esperenziali-valutativi a decretarne l’esito e gli stati d’animo, l'umore e le emozioni conseguenti.

Dal nostro punto di vista, le emozioni si generano in funzione della vita di relazione, e in seguito a processi cognitivi e valutativi-esperenziali, legatai in primis ai propri livelli di aspirazione, agli obiettivi, agli scopi che perseguiamo e ai bisogni che cerchiamo di soddisfare (vedi la piramide dei bisogni di Maslow: Motivazione e Personalità, di Abraham H. Maslow, Armando Editore, 1992).

Obiettivi mancati, aspirazioni andate deluse, bisogni insoddisfatti, possono così divenire causa di insoddisfazione, di frustrazione, di una disforia dell'umore; oppure, nella peggiore delle ipotesi, se perpetuati nel tempo, di emozioni negative intense, quali rabbia, ansia e tristezza estrema cronica, e diventare clinicamente significativi.

Possono residuare conseguentemente, ad esempio, un calo della motivazione e dell’autostima, un ridimensionamento delle proprie aspirazioni, un abbassamento dell’autoefficacia percepita, della considerazione di se e del proprio valore.

Oppure, possono affiorare irrequietezza psicomotoria, un senso di inutilità e di inadeguatezza, che aumentano la sensazione di vulnerabilità e di impotenza a livello psicologico.

Sono state elencate soltanto alcune delle possibili ripercussioni psicologiche che caratterizzano le modalità di reazione dell'individuo, e che avvengono, secondo noi, in accordo con quelle che potrebbero essere definite come le "Leggi del funzionamento psichico".  

Estratto da:

http://www.cpo-psicologia.it/index.php?option=com_content&;view=article&id=83:critiche-teoria-biologica-monoanime&catid=7:articoli&Itemid=83

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