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La musica cibo dell’anima

  • Posted on:  Venerdì, 16 Gennaio 2015 14:21
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Dr. Andrea Pirera

Introduzione

Essendo decisamente convinto che la musica sia una componente insostituibile e indispensabile per uno sviluppo armonioso dell’essere umano, e pertanto della sua rilevante importanza nella crescita dei bambini e dei ragazzi, ho pensato di condensare tutta la vasta letteratura esistente sull’argomento scegliendo alcune tra le possibili vie di avvicinamento al tema. Il titolo dice già che ho in mente l’effetto che la musica ha su chi la pratica, di migliorare l’essere umano, elevandone lo spirito. Ma che ne è del punto di vista scientifico, così rilevante nella civiltà di oggi?

Anni fa, volendo capire di cosa si occupassero gli psichiatri, studiai un testo intitolato “L’inconscio come insiemi infiniti” di Ignacio Matte Blanco. A prescindere dall’affascinante tesi dello studioso cileno, rimasi colpito dalla struttura del testo, dove la parte iniziale è dedicata alla dimostrazione della conformità delle idee dell’autore con l’impostazione freudiana dell’argomento. Ipse dixit!

Occupandomi in genere del tema “Musica e cervello” sono rimasto colpito dal fatto che gli autori che se ne occupano da un punto di vista storico si riferiscano all’impostazione darwiniana dell’argomento e si preoccupino di stabilire l’aderenza alle linee guida del maestro. Ipse dixit!

Qual è il problema? Esso si esprime sinteticamente nella domanda: a cosa serve la musica?

Ritornando al primo paragrafo, vi sono alla radice due modi diversi di vedere la cosa. Un primo modo è quello, diciamo, spirituale, ed è espresso con Shakespeare, “If music be the food of love …”, se la musica è il cibo dell’amore …. Con questo approccio la domanda stessa è priva di senso, essendo sufficiente levare il dubbio espresso da quel “se”. Qualunque artista sa che la musica è il cibo dell’anima e la letteratura relativa è sovrabbondante. Un secondo modo è quello, diciamo, fisico, ed è dato dal taglio scientifico, logico, volto quasi sempre alla ricerca rigorosa di cause ed effetti. Questo approccio porta, per il momento alla conclusione che la musica non ha alcuna utilità evolutiva. Tertium non datur?

ramo della matematica si occupa di correlazioni, e insegna a dubitare e diffidare del concetto di causa/effetto. L’esperienza che ho in campo musicale mi ha dimostrato che, nei ragazzi maschi, l’inclinazione alla musica si accompagna quasi sempre, (comunque in modo statisticamente molto significativo) a un successo curricolare in matematica. Possiamo concludere che il fare musica migliora il ragionamento matematico? Oppure che una mente disposta al ragionamento astratto è facilitata all’uso del linguaggio

musicale? Né l’uno né l’altro, si tratta di una correlazione, non vi è necessità di ipotizzare rapporti di causa/effetto.

Non mi propongo certo di sondare il vasto tema dei rapporti tra musica e mente prescindendo dagli insegnamenti di Freud e di Darwin, grandi maestri che oltre ad aver dato vita a due rami della scienza hanno addirittura influenzato il nostro modo di pensare. Limiterò grandemente il campo a due brevi scritti allegati che tentano di individuare alcune vie di indagine

• Un approccio spirituale: la musica e la religione

 

• Un approccio fisico: una teoria evolutiva unificata Vorrei far notare che le considerazioni dei due scritti si completano in modo, forse, inatteso.

La musica e la religione

Nel Credo affermiamo che lo Spirito Santo ha parlato per mezzo dei profeti. Con quale lingua si sono espressi i profeti?

Il linguaggio di Dio – chiamiamolo “angelico” – nessuno lo conosce. San Paolo elenca tra i doni dello Spirito quello delle lingue: chi ha avuto il dono di una visione del mondo del sacro parla in una lingua incomprensibile e occorre avere il dono dell’interpretazione per poterlo comunicare facendosi capire. Senza entrare in argomenti di ermeneutica, è evidente la limitazione derivante dal fatto che comunque si tratta di una traduzione dall’angelico all’umano.

Dalla difficoltà della versione angelico-umano consegue il problema inverso, del tentare una versione umano-angelico nella mente e nel cuore di chi, ascoltata la Parola di Dio, si rivolge a Dio nella preghiera.

La musica è un linguaggio che migliora la comprensione della Parola. Dato che l’essenza della musica non è esprimibile in linguaggio ordinario, essa costituisce una dimensione aggiuntiva a quest’ultimo.

Ciò risulta chiaro in tutto l’Antico Testamento:

Genesi, cap. 4, discendenza di Caino. Il secondo figlio di Lamec è il padre di tutti coloro che suonano il flauto e l’arpa, gli altri due essendo il primo il padre di tutti coloro che abitano nelle tende e il terzo il padre di tutti coloro che lavorano i metalli.

• Buona parte dei Salmi iniziano con le istruzioni per il maestro del coro

• Il Salmo di allelujah 150 elenca gli strumenti per rendere lode al Signore

• Il Salmo 137 dicendo “coram angelis psallam tibi Domine” porta la musica al livello angelico.

Scarsi i riferimenti nel Nuovo Testamento. Gesù da buon israelita certamente seguiva gli usi della sua gente. A conferma nei sinottici si legge che dopo l’ultima cena “…cantato l’inno uscirono verso il Monte degli Ulivi”

Poco o nulla si sa dei primi secoli delle comunità cristiane, specialmente a Roma, per quanto sia ragionevole supporre che esse seguissero gli usi ebraici. Che la musica venisse utilizzata risulta dal primo riferimento certo, alla fine del quarto secolo, con Ambrogio a Milano, dove troviamo una musica con fondamenti teorici ben solidi.

Dopo questa premessa storica è bene precisare meglio ciò che spinge il credente all’uso della musica. Nel suo discorso ai Bernardins a Parigi nel settembre 2008 Benedetto XVI si è espresso così:

“La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come possiamo parlare con Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi, Egli ci dà le parole con le quali possiamo rivolgerci a Lui, portare la nostra vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento verso di Lui. I Salmi contengono ripetutamente delle istruzioni anche sul come devono essere cantati e accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra degli Angeli: il Gloria , che è cantato dagli Angeli alla nascita di Gesù, e il Sanctus che secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini che stanno nelle immediate vicinanze di Dio. Ala luce di ciò la liturgia cristiana è invito a cantare assieme agli Angeli e a portare così la parola alla sua destinazione più alta."

Benedetto XVI usò le parole ora lette all’interno di un discorso mirante a stabilire le radici cristiane della civiltà occidentale. Ispirato anche dal luogo in cui si trovava, egli indica nell’attività dei monaci nei conventi il punto di partenza di questa civiltà, e stabilisce fermamente nel “quaerere Deum” la motivazione della ricerca e visitazione letteraria dei testi antichi, compresi quelli di natura filosofica e quindi anche scientifica. Dio ha usato la parola, e quindi lo studio della parola in tutte le sue forme ed espressioni fa parte della ricerca di Dio.

 

La musica ha principalmente a che fare con le emozioni. Le emozioni terrene sono riconducibili ai tre ingredienti fondamentali: amore, gioia e dolore. Sono come tre colori della stessa cosa, e non si dà nessuno dei tre senza gli altri due. Per l’uomo religioso l’amore di Dio è la cosa colorata.

La Bibbia, intesa come storia dell’uomo e dell’intervento di Dio nella stessa, è intessuta di emozioni. Gioia e dolore, in particolar modo, spesso si alternano all’interno dello stesso brano, opponendo bene e male, peccato e perdono, miseria e trionfo, iniquità e giustizia , ecc.. In un certo senso il dolore è il mezzo per arrivare alla gioia. L’ebreo inoltre sente acutamente la gioia dell’essere destinatario della parola di Dio – Davide danzò davanti all’Arca portata a Gerusalemme.

Nella cristianità questo senso di gioia nella legge del Signore si è perlomeno storicamente offuscato, forse per una visione unilaterale della Legge veterotestamentaria causata da una ristretta esegesi paolina. Anche l’iconografia cristiana, particolarmente nel mondo cattolico dopo la controriforma, ha insistito sul dolore, che anche a causa della sua drammaticità storica ha prevalso sulla gioia. Ma la gioia è insita nel cristianesimo così come lo è nell’ebraismo, anzi lo è ancora di più per aver esplicitato la visione del gioioso destino finale dell’uomo. Dopo tutto nella liturgia eucaristica dopo la Consacrazione si annuncia la morte del Signore e subito dopo si proclama la Sua risurrezione, ossia l’annuncio della salvezza dalla morte e dal peccato.

Penso che questo senso di gioia, che certamente esiste, dovrebbe essere più diffuso. Un solo esempio: durante la messa si canta “alleluia alleluia”, segue un breve versetto, e poi ancora “alleluia, alleluia”. Prima del Concilio di Trento, al posto del versetto vi era una sequenza cantata,di contenuto e durata variabili (alleluia cum sequentia) che prolungava il “jubilus” dell’alleluia – parola quest’ultima che in ebraico significa “lode a Dio”. Il Concilio di Trento, per plausibili ragioni di metodologia liturgica, ridusse le sequenze da circa 5000 a cinque, da usare in altrettante solennità. Ma forse noi cattolici abbiamo perso qualcosa. Uno dei più begli esempi di alleluia è il salmo 150:

ALLELUJA

Lodate il Signore nel suo santuario

lodatelo nel firmamento della sua potenza.

lodatelo per i suoi prodigi,

lodatelo per la sua immensa grandezza.

Lodatelo con squilli di tromba,

lodatelo con arpa e cetra;

lodatelo con timpani e danze,

lodatelo sulle corde e sui flauti.

Lodatelo con cembali sonori,

lodatelo con cembali squillanti;

ogni vivente dia lode al Signore.

ALLELUIA.

È’ un inno di pura gioia, e la musica lo sa esprimere in modo coinvolgente – vedi l’alleluia dall’oratorio “Il Messia” di G. F. Hände

La lingua latina si rivelò sin dagli inizi molto adatta all’unione con la musica nella liturgia. Il canto gregoriano, con la perfetta fusione tra misura e parola, ha rappresentato uno dei punti più elevati della musica sacra, anche se oggi i modi musicali con cui si esprime ci suonano vetusti. Ma durante il Rinascimento si verificò un fatto nuovo: Martin Lutero tradusse la Bibbia in tedesco, di fatto spodestando il latino dalla posizione che aveva in tutto il mondo cristiano. Mentre le conseguenze religiose e politiche derivanti dalla Riforma furono gravi, se non devastanti, la musica sacra ne trasse solo giovamento. La lingua tedesca si dimostrò sorprendentemente adatta alla fusione con la musica, pur così ben riuscita con il gregoriano, e lo sviluppo dell’espressione musicale nel frattempo intervenuto portò a nuove, altissime vette.

Il luterano J. S. Bach, che soleva apporre in calce alle sue cantate la sigla S.D.G. – Soli Deo Gloria – e il cattolico W. A. Mozart sono solo due degli esempi possibili. In tempi più recenti basti nominare la Sinfonia dei Salmi di I. Stravinskij.

Si ascolti ad esempio, meglio di mille parole, di Bach il secondo brano della cantata BWV 78 (Wir eilen mit schwachen doch emsigen Schritten o Jesu o Meister zu helfen zu Dir) e di Mozart l’Agnus Dei dalla Messa dell’Incoronazione.

Il primo esprime la quieta gioia del rivolgersi a Gesù.

Nel secondo il rapporto tra la tensione del “miserere nobis” con cui si concludono le prime due invocazioni, e il gioioso “dona nobis pacem” con cui si conclude la terza invocazione costituisce una delle più elevate espressioni della musica di tutti i tempi.

Le considerazioni precedenti fanno riferimento al cristianesimo in quanto ivi è la radice della musica occidentale. Ma, come è noto agli studiosi di storia delle religioni, esse si possono estendere senza sforzo a tutte le religioni del mondo, dato che tutte sono alla ricerca del trascendente.

Penso che uno dei compiti che spetta agli educatori dei giovane vi sia anche quello della diffusione della pratica musicale per l’arricchimento e l’elevazione dello spirito. Penso che sia una delle vie, di cui oggi si sente così acuta necessità, per dare un senso alla vita e che risponda in pieno all’imperativo di usare i beni che ci vengono donati dallo Spirito per il bene comune.

Che strumento suonava Charles Darwin?

I principi dell’evoluzione chiariscono perché i pesci abbiano la pancia bianca e perché le orchidee abbiano cinque petali uguali e uno diversissimo. Tutto in natura ha una funzione di utilità per favorire la sopravvenienza della specie.

La musica a cosa serve?

Non mi risulta che Darwin andasse oltre il campanello. Si occupò del canto degli uccelli e dei suoni che formano il linguaggio parlato.. Si occupava di cose, anche se erano esseri viventi, non di persone. Se avesse avuto comprensione musicale si sarebbe occupato a fondo del perché di un’attività umana universalmente diffusa, la cui origine si perde nella notte dei tempi. Dopo di lui però sono stati in molti a occuparsene, e . sempre di più in tempi recenti. La domanda è semplice; a cosa serve la musica?

Ultimamente gli studiosi se ne sono interessati, giungendo a descrivere vantaggi in campo sociale, religioso, militare, amoroso, e altro ancora. Sono studi doverosi e ben condotti, ma per qualunque musicista insoddisfacenti, marginali.

E’ recentemente uscito uno studio dovuto a Leonid Perlovsky che finalmente indica una via che non solo solleva dall’angoscia i darwiniani puri, ma getta anche le basi per una teoria unificata che comprenda l’essere umano nella sua totalità.Tenterò qui di seguito di dare una sintesi dello scritto, che è ben articolato e documentato.

L’impulso alla conoscenza si estrinseca in due modi distinti, differenziazione e sintesi. Questo impulso spinge la mente, ad ogni suo livello,

1) all’acquisizione di maggiori informazioni creando concetti più specifici, diversi e dettagliati: è il meccanismo della differenziazione (o analisi) che ha trovato nel linguaggio il suo strumento principale;

2) alla percezione dell’unità costituita dalle varie situazioni di fatto e dai concetti astratti: è il meccanismo della sintesi che sta alla base alle emozioni e alla capacità di valutare le situazioni analizzate mediante 1).

L’evoluzione ha portato nell’uomo, assai più che negli animali, a una separazione tra il sistema concettuale e quello emotivo, distruggendo così la primordiale sintesi della psiche.. Per scendere sul terreno sperimentale, il cercopiteco verde ha evoluto distinti richiami per situazioni diverse; il richiamo però dà solo informazioni sui diversi tipi di predatori, ma non distingue tra i concetti di valutazione (pericolo), valutazione (paura), e comportamento (mettersi in salvo su un albero; esprime un unico stato psichico..

L’essere umano, invece, se sta discutendo attorno a un tavolo di serpenti non salta sul tavolo preso da terrore al solo sentirne il nome, separando così uno stato psichico (comportamento) da uno concettuale (discussione). L’uomo è in grado di differenziare volontariamente stati psichici diversi.

Si tratta di un’ipotesi centrale dello scritto del Perlovsky: che la graduale differenziazione tra gli stati psichici, mediante una significativa capacità di controllo volontario su di essi si sia evoluta parallelamente allo sviluppo del linguaggio.

Il linguaggio pertanto non ha portato solo all’affermarsi dell’abilità concettuale, ma ha anche portato alla differenziazione tra i concetti psichici di valutazione, emozione, comportamento. Parallelamente all’evoluzione del linguaggio, la psiche umana ha però cominciato a perdere la propria sintesi, la propria interezza. La maggior parte delle conoscenze che formano parte della cultura e che siano espresse mediante il linguaggio non sono emotivamente collegate alle necessità istintive dell’uomo. Questa situazione è quanto mai vantaggiosa nel campo della cultura concettuale, della scienza, della tecnologia. Gli uomini possono sedersi a discutere senza dover necessariamente fare a botte se non si trovano d’accordo.

Senonchè il prezzo pagato per tale libertà di pensiero concettuale è stato altissimo: la perdita dell’interezza dell’essere. Le conoscenze accumulate con il linguaggio non si collegano automaticamente alle necessità istintive; inoltre spesso tali conoscenze sono in contrasto tra di loro. Questo scollegamento tra conoscenza e istinto, ossia la “sintesi perduta”, può portare a crisi interiori e può causare depressioni cliniche. Quando degli stati psichici privi di sintesi assillano la maggior parte di una popolazione la conoscenza per il suo valore, provocando disastri culturali, guerre e distruzioni.

L’evoluzione di una cultura esige di ritrovare l’equilibrio perduto. La tesi centrale dello scritto del Perlovsky è che il ruolo principale che la musica esercita, e che dà ragione dell’evoluzione di questa altrimenti inspiegabile abilità, è proprio quello di mantenere l’equilibrio tra la differenziazione e la sintesi. Lo scritto del Perlovsky prosegue dando numerose testimonianze empiriche e storiche a sostegno della sua tesi.

Qualunque sia il futuro degli studi sull’argomento, va certamente dato atto all’autore di aver formulato una teoria nuova e coraggiosa, che non mancherà di stimolare ulteriormente una ricerca che, come detto all’inizio, si sta facendo sempre più attiva.

 

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