La musica e le teorie dell’evoluzione: contrasto o armonia?

  • Posted on:  Venerdì, 16 Gennaio 2015 14:29
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Dott. Andrea Pirera

Nel seguito si parlerà della musica rimanendo all’interno delle idee riguardanti il complesso delle teorie dell’evoluzione e al terreno prettamente scientifico in cui queste idee devono necessariamente essere confinate. A conclusione dell’articolo si vedrà, però come tale limitazione sia naturalmente superabile.

Charles Darwin nel 1871 scriveva che la capacità di fare musica è la più misteriosa abilità di cui l’uomo sia dotato.

Dove sta il mistero?

L’uomo cammina eretto per liberare le braccia dalla funzione del camminare, e usarle per una miriade di funzioni precluse a chi va a quattro zampe; Il pollice opponibile delle mani così rese disponibili consente loro di costruire e usare manufatti; la voce permette di insegnarne l’uso agli altri, il pensiero serve a inventare nuovi usi……. Si tratta solo di un piccolo esempio, ma il filo evolutivo è di solito rintracciabile: le capacità di cui l’uomo è dotato hanno utilità, e l’uomo oggi domina il pianeta!

Ma, la musica, a cosa serve?

Nel 2007 McDermott scrive che la musica è un aspetto universale e rilevante di ogni cultura nota, eppure non ha alcuna funzione ovvia e incontrovertibile.

E’ stato recentemente ritrovato un flauto di 45.000 anni fa: quei primitivi uomini delle caverne non avevano nulla di meglio da fare?

Di spiegazioni ne sono state tentate tante, specialmente negli ultimi cinquant’anni. Coprono in genere l’uso che si fa della musica nella religione, nella guerra, nel corteggiamento, nel divertimento, e così via. La domanda è: si tratta di applicazioni di qualcosa di preesistente a queste attività, o è la musica il risultato delle attività stesse? La domanda è quanto mai importante, perché equivale a chiedersi se la musica sia o non sia un artefatto culturale.

 

Anche se non mancano esempi (Kant) di ricercatori illustri che hanno considerato la musica come un trastullo, già Platone, Pitagora, Aristotele avevano visto nel fenomeno della musica qualcosa di primigenio nella profondità dell’essere umano. Questa convinzione sta alla base della stesura del presente articolo.

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Nel 2009 Leonid Perlovsky ha scritto un articolo veramente notevole, intitolato “Emozioni Musicali: Funzioni, Origine, Evoluzione” (*). L’autore, scienziato eclettico ben noto, espone una teoria unitaria che non solo risponde in modo a mio parere soddisfacente alla domanda circa il senso della musica nell’evoluzione della nostra specie, ma lo fa andando in profondità nel grande mistero dell’essere umano preso nella sua interezza.

Farò del mio meglio per sintetizzare qui di seguito il pensiero del Perlovsky, mediante una serie di tappe che portano alle sue conclusioni.

Prima tappa: l’istinto alla conoscenza

La mente cerca di percepire oggetti e di comprendere situazioni. Per farlo costruisce – nell’occhio della mente - dei modelli più o meno definiti, che successivamente vengono messi a confronto con l’esperienza e continuamente variati per tener conto di quanto suggerito da quest’ultima. Si tratta di un meccanismo innato che agisce automaticamente, indipendentemente dalla coscienza attiva, e che soddisfa una necessità di base che consiste nella formazione di modelli interni il più possibile simili a quanto ci circonda. E’ un istinto innato della mente che percepisce le similitudini e cerca di ottimizzarle. Il Perlovsky lo chiama “istinto alla conoscenza” e lo definisce come misura della corrispondenza tra I concetti e il mondo esterno.

Seconda tappa: i livelli concettuali

La conoscenza ha molti livelli. Per arrivare al livello di, ad esempio, il concetto di “ufficio del manager” non sono sufficienti i semplici modelli riferiti ad oggetti, quali scrivania, sedia, computer, e così via. L’istinto alla conoscenza ci spinge all’idea di “ufficio”, quale unità degli oggetti che lo costituiscono. Lo scopo della formazione di modelli di livello superiore è sempre quello di unificare e dare un senso ai modelli di livello inferiore.

Certo, man mano che si sale di livello, questi modelli diventano sempre, nell’occhio della mente, più sfumati, meno visibili, e spesso intrisi di contenuto emotivo, cosa che ne rende difficile un esame obiettivo. Alla domanda “la vita ha un senso, uno scopo?” qualcuno può rispondere in termini in buona parte dubitativi; se, però la domanda è riformulata “quindi la vita non ha senso o scopo, non più di questa pietra al lato della strada?”, quasi tutti diranno che per vaghi e poco coscienti che siano il senso o lo scopo, certamente non possiamo vivere senza di essi. Non solo, ma quelle poche e sfuggenti volte in cui ci rendiamo conto che la nostra esistenza ha davvero un

significato, cosa non così rara nell’esperienza religiosa, allora il nostro istinto alla conoscenza ci porta ai vertici dell’emozione estetica del “bello”.

Che rapporto c’è tra conoscenza e linguaggio? Il Perlovsky ritiene che ogni concetto sia costituito da due parti, una linguistica (una parola o una frase) e una cognitiva (un oggetto o una situazione). Anche per un bambino, i concetti riguardanti la vita di tutti i giorni possono esprimersi con parole o frasi di perfezione cristallina, ma spesso occorre tutta la vita per acquisire modelli cognitivi coscienti e altrettanto chiari. Molte persone si esprimono chiaramente a parole, senza avere coscienza del contenuto conoscitivo di quello che dicono! Tuttavia le due parti sono egualmente indispensabili per la conoscenza.

Terza tappa: analisi e sintesi

L’istinto alla conoscenza funziona mediante due meccanismi ben distinti, analisi e sintesi. Qualunque sia il livello, la mente sente la necessità di creare modelli più dettagliati, più specifici e differenziati – è il meccanismo dell’analisi. Allo stesso tempo l’istinto alla conoscenza ci spinge a cercare l’unità degli elementi che formano le diverse situazioni e i concetti astratti delle varie cognizioni, e ben spesso ci porta a formulare modelli di livello superiore – è il meccanismo della sintesi.

L’attrezzo principale che si usa nell’analisi è il linguaggio. Il linguaggio conferisce alla mente un mezzo per analizzare, differenziare la realtà nella sua abbondanza di particolari. Vale la pena di esaminare questo punto con riferimento a quanto avviene negli animali diversi dall’uomo. Negli animali i muscoli che controllano il suono rispondono agli impulsi di un antico centro emotivo, e la loro capacità di controllo volontario della vocalizzazione è limitata. Nell’uomo il controllo cosciente dell’emissione sonora è assai frequente ed è controllato da zone specializzate della corteccia cerebrale.

Parallelamente i sistemi concettuali ed emotivi – comprensione e valutazione della realtà – sono assai meno differenziati negli animali rispetto all’uomo. Nei primati si trovano richiami diversi secondo il tipo di predatore avvistato; tuttavia non vi è differenziazione tra la comprensione di una situazione (pericolo!), valutazione (paura) e comportamento (gridare, saltare sugli alberi).

Nell’essere umano è avventa una separazione tra capacità valutativo-emotive, rappresentazione mentale e comportamento. Se un gruppo di persone sta parlando di serpenti, nessuno salta impaurito sulla sedia ogni volta che sia nominata la parola “serpente”.

Il Perlovsky ritiene che questa differenziazione all’interno degli stati psichici, accompagnata da una rilevante capacità di controllo volontario sui medesimi si sia evoluta contemporaneamente all’evoluzione del linguaggio. Il linguaggio non ha

portato quindi soltanto alla capacità di analisi dei concetti, ma anche alla capacità di analisi delle funzioni psichiche relative ai concetti, alle emozioni, ai comportamenti.

L’evoluzione del linguaggio ha tuttavia comportato la perdita dell’unità, della sintesi della psiche.

Negli animali ogni brandello di “conoscenza concettuale” esistente è inestricabilmente connesso con la capacità emotivo-valutativa di ogni situazione e con il comportamento adatto; nell’uomo la maggior parte della conoscenza esistente nelle varie culture ed espressa mediante il linguaggio non è collegata ai suoi bisogni istintivi. Il vantaggio evolutivo di questa situazione per la formazione di una cultura concettuale, della scienza, della tecnologia è impressionante. Ma, il prezzo pagato dall’umanità per questa libertà intellettuale è elevato: la psiche umana non è più semplicemente un intero; lo scisma esiste ed è fonte innumerevoli contrasti.

Nella storia dell’uomo, che è storia delle sue diverse culture, si può dimostrare come il gioco di queste forze – sintesi, analisi, livelli di modello abbia portato ai vari periodi di stabilità e d’instabilità così caratteristici della storia stessa, con le sue successioni di trionfi e di disastri. Vale la pena di porre l’accento sul fatto che la “volontà”, quell’inesprimibile forza che spinge l’uomo alle grandi azioni e che solo l’uomo possiede, è il risultato di un processo di sintesi.

Conclusione: istinto alla conoscenza ed emozioni musicali

Com’è possibile recuperare, o perlomeno tentare di ricuperare, l’unità della psiche, che altro non è se non l’unità individuale, unica, dell’essere umano, senza perdere l’enorme vantaggio che la combinazione delle due facoltà di analisi e di sintesi possiede?

La storia mostra casi esemplari di civilizzazioni assai progredite, dove la capacità di sintesi e la concentrazione di volontà che ne deriva furono minate dall’analisi. Esse furono spazzate via da civiltà meno sviluppate (i barbari) che avevano capacità analitiche meno sviluppate, ma nelle quali sintesi e volontà erano sufficientemente forti da rovesciare le grandi potenze del loro tempo.

L’equilibrio tra analisi e sintesi è il segreto della stabilità e dello sviluppo pacifico: la tesi fondamentale dello studio del Perlovsky è che la musica ha la funzione fondamentale di mantenere questo equilibrio e giustifica così l’evoluzione di questa caratteristica altrimenti inspiegabile.

E’ ben chiaro all’autore che senza analisi non vi potrebbe essere evoluzione culturale, ma ciò non toglie che appunto il prevalere dell’analisi sia la principale minaccia alla sintesi e possa portare alla distruzione dello scopo della cultura, se non della cultura stessa. La radice di questa instabilità è peculiare all’umanità, e non tocca il resto del mondo animale nel quale i lunghi tempi dell’evoluzione dall’ameba ai primati hanno

permesso uno sviluppo degli istintivi meccanismi di sintesi assieme allo sviluppo cerebrale. Questa situazione di equilibrio fu drasticamente compromessa dall’invenzione del linguaggio: il rapido accumulo di conoscenze così ottenute superò largamente la capacità biologica di mantenere il passo con il ritmo lento, tipico dell’evoluzione, della capacità di sintesi.

Contemporaneamente all’evoluzione del linguaggio si è pertanto evoluta un’altra capacità squisitamente umana, quella di fare musica. La musica assicura l’equilibrio, e l’equilibrio assicura la cultura.

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Il Perlovsky dedica il resto dell’articolo, così come anche parte delle argomentazioni precedenti, alla dimostrazione della validità scientifica del suo assunto e alle prove che vi danno sostegno.

Personalmente sono convinto che quanto precede porti ben più di un mattone alla ricostruzione di un umanesimo che la tendenza scientifica, e non solo scientifica di questi ultimi decenni sta erodendo. La specializzazione, a volte persino la frantumazione che caratterizza molti atteggiamenti della ricerca del tempo odierno, pur così necessarie al progresso scientifico e tecnologico, sta rischiando di far dimenticare il vero scopo dell’istinto alla conoscenza. A costo di essere banale:

“Considerate la vostra semenza

Fatti non foste a viver come bruti

Ma per seguir virtute e conoscenza”

 

Ad Albert Einstein, indubbiamente uno dei maggiori geni della storia dell’umanità, fu chiesto da un giornalista come avesse fatto a pensare alla teoria della relatività. La domanda era forse futile ma Einstein la prese molto sul serio. Rispose che la molla stava nella sua intima convinzione dell’armonia dell’universo. Si tratta forse di una coincidenza che Einstein suonasse il violino, a quanto pare a livello quasi professionale? Io non ci credo neanche per un attimo.

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