L’epoca della pusillanimità

  • Posted on:  Venerdì, 30 Gennaio 2015 14:44
Vota questo articolo
(0 Voti)

GIANNI TAGLIAPIETRA

Intervento al dibattito

L'INFANZIA E IL VALORE DELLA VITA ENTUSIASMO, VIVACITA', ATTIVITA', SORPRESA

venerdì 20 novembre alle ore 20.30.

Sala Conferenze del Centro Culturale Leonardo da Vinci Piazza Indipendenza, 12 - SAN DONÀ DI PIAVE

Con

REGINA BIONDETTI, medico e psicanalista;

GIOVANNA DIGITO, responsabile settore ragazzi del Teatro dei Pazzi di San Donà di Piave

Coordina: ELENA DEL MINISTRO

 

Questa è un’epoca senza carità, pertanto trabocca di altruismo. La carità non attribuisce il male all’altro o a sé; la carità non muove dal male, non ha bisogno del male, non ne fa un principio per giustificare il fare. Oggi, non c’è concerto rock, maratona podistica o trasmissione televisiva che non si giustifichino con il male dell’altro, che non assumano la maschera dell’altruismo.

E senza carità non c’è nemmeno verità, come ricorda l’ultima enciclica di Benedetto XVI, Caritas in veritate. E l’altruismo trasforma la grazia nel colpo di grazia, tema del dibattito sul cosiddetto “fine-vita”, cioè sulla liceità l’eutanasia (vedi caso Englaro). Per l’“inizio-vita”, la questione è già da tempo risolta con le varie legislazioni nazionali sull’aborto che, secondo calcoli recenti, negli ultimi trent’anni, in nome della dignità della vita, avrebbe procurato un risparmio di circa un miliardo di vite non degne di esser vissute: vite sicuramente indegne, perché venute al mondo in circostanze, per cause, in condizioni, con prospettive non ideali, cioè non accettabili secondo certi standard, certi presupposti, certi luoghi comuni intorno a ciò che è vita. Questa della “dignità” della vita è la più grande menzogna dell’epoca, in base alla quale non c’è chi non creda di doversi arrogare, in un modo o nell’altro, il diritto (un tempo divino) di stabilire che cosa sia vita e che cosa non lo sia, chi ne sia degno e chi no, nell’inconsapevole prosecuzione di un’impostazione che prese le mosse con lo stato etico nazista; non c’è chi — come Eva nel giardino di Eden — non sappia che cosa sia il male e, in questo, rendersi simile a Dio. E da questo posto distribuire patenti di “dignità” a questa o quella vita, presente e, ancor di più, futura. Questo è il peccato originale, la presunzione di sapere sul bene e sul male, l’origine dell’umanità dell’uomo, cioè della sua mortalità. La mortalità dell’uomo, infatti, non consiste tanto nel fatto che, appunto, muore, quanto piuttosto nel fatto che ogni suo atto corre costantemente il rischio di introdurre la morte nel creato come principio. Ecco perché il vangelo di Giovanni ricorda che in principio non è la morte, ma il Verbo incarnato.

La modernizzazione ha creato il soggetto e lo ha sostituito a Dio: il soggettivismo, la religione del nostro tempo, la religione della coscienza, del punto di vista, del diritto a fare quel che mi piace, della tirannia del desiderio, lascia gli umani in balìa delle proprie voglie, dei propri fantasmi, delle proprie paure, della propria arroganza, fino a permettere — con le possibilità che le tecnologie offrono — a bambine di dodici anni prima di restare incinte e poi di abortire con la pillola del giorno dopo, alla faccia dei genitori, come la legislazione spagnola ha recentemente stabilito. La sessualità si sgancia definitivamente dall’amore, e quindi dalla libertà e dalla responsabilità, e se fino a quarant’anni fa si giustificava come procreativa, oggi si giustifica come pienamente ricreativa, cioè senza conseguenze: trastullo, passatempo innocente. Nella supposizione, tutta rousseauiana, tutta “rivoluzionaria”, che l’uomo sia innocente, originariamente buono, e che sia la società, le sua “convenzioni”, le sue “imposizioni” a renderlo cattivo, ad ammalarlo. In particolare a partire dalla sessualità, dicevano i freudo-marxisti alla Marcuse.

Quel che notiamo è che con l’amore è evacuata simultaneamente anche la legge: la sessualità senza amore si mostra per quel che semplicemente è: sessualità senza legge. La legge nel cui nome non tutto è possibile è l’amore. Amore è il nome di quel nome cui ci si appella quando si vuol far calare la legge in un dualismo, in una polarizzazione che non ammette terzo e su cui si allunga l’ombra della morte (“Uomini delle Brigate Rosse, nel nome di Dio, vi prego: restituite Aldo Moro alla sua famiglia”, disse per esempio Paolo VI).

E quel che emerge irrecusabile è che senza legge scompare anche la sessualità: il ritrarsi del desiderio lascia sulla battigia una schiuma indistinta che si continua a chiamare sessualità, ma si rivela essere nient’altro che vuoto, insoddisfatto erotismo, annaspante intorno al godimento degli oggetti più inusitati, e in definitiva indifferenti, reso vieppiù esangue dall’indifferenza, in cerca disperatamente di un limite. E sembra averlo trovato — ancora una volta — nel bambino: tutto è concesso ai “diritti” del godimento, tranne il bambino, tranne la pedofilia! Ecco perché le anime belle, coloro cui stanno a cuore i “diritti”, i politically corrects devono postulare e trovare l’Orco, chi gode di ciò di cui esse non possono godere, cioè dell’oggetto erotico più inerte, più facile, più a disposizione che si possa pensare: il bambino. E lo trovano nella figura speculare del Prete, rappresentante di quella Chiesa, di quella “morale cattolica” che reprimerebbe la sessualità, mentre, in realtà, scoperto, è esattamente come noi. Con la differenza che noi non siamo ipocriti, noi siamo sinceri, noi siamo liberi, noi vogliamo il diritto — anche per chi non lo vuole, anche per il prete che si ostina a proclamare il proprio voto — di tutti a godere di tutti. Esattamente il programma esposto dal marchese de Sade nelle sue opere! Salvo inciampare in qualche filmato preso segretamente, in qualche fotografia mentre si negozia con transessuali e travestiti, peggio se il transessuale poi viene trovato inspiegabilmente morto. A quel punto, la Chiesa repressiva della sessualità torna buona con i suoi inarrivabili conventi e, senza chiedere nulla, accoglie nel silenzio e nella discrezione lo smarrito.

La vita viene presentata e rappresentata come un’interminabile ricreazione, l’euforia è d’obbligo, l’eccitazione perenne (perché perenne è l’insoddisfazione). Un bombardamento ideologico incessante esalta attraverso i media — l’informazione, lo spettacolo, le mode ecc. — questo infantilismo generalizzato, che non riguarda solo i bambini e i giovani, ma innanzitutto i loro genitori (attraverso la mitologia del giovanilismo). I figli godono della libertà dei pazzi, quella di fare ciò che vogliono e di dire quello che gli passa per la testa a chiunque e in qualsiasi momento e circostanza (questa la “sincerità” o “spontaneità”). Nessuna inibizione, nessuna frustrazione, nessuna privazione, avvertite ormai come intollerabile autoritarismo o, come si dice oggi, “moralismo” (chi accetterebbe oggi di essere tacciato di moralismo?). L’imperativo sessantottino del “proibito proibire”, pienamente realizzato, comporta che, poiché niente è proibito, tutto sia prescritto: la trasgressione diventa un obbligo. Le sole raccomandazioni relative alla sessualità sono di ordine igienico: non contrarre malattie o gravidanze. Due forme d’infezione, essenzialmente, cui sono ispirati i programmi circa la sessualità “consapevole” o il “safe sex” o la cosiddetta “pianificazione familiare”. Non c’è altro problema — per quanto riguarda la sessualità — che non sia una malattia. O, peggio, un figlio. Per il resto tutto va da sé.

Dei bambini quest’epoca ha paura: il bambino, il figlio, è in principio negato. Quando non è negato, allora è desiderato, cioè eletto. Tutta la retorica del figlio desiderato implica che quest’uno eletto altro non sia che l’uno risparmiato (dall’aborto): quello che doveva morire (come tutti gli altri suoi fratelli) ma è stato graziato. L’uno il cui rifiuto è stato rifiutato: non c’è da stupirsi se la parola preferita di questi bambini sarà “no”: essi non fanno che restituire quel rifiuto di cui sono l’incarnazione. Il no del privilegio, il no dell’eccezione: quello che vale per gli altri, non vale per me.

Quest’uno eletto, cioè risparmiato, non cancella la paura dei bambini, anzi la conferma: i pochi bambini che nascono, infatti, non a caso rimangono nella maggior parte senza fratelli. Come dire: se proprio dev’esserci, se proprio dobbiamo affrontare questo compito, che sia uno e poi basta. Non è affatto un dono quest’unicità concessa al bambino, al contrario è una vera e propria condanna: è davvero dura crescere senza fratelli! La negazione del fratello rende il figlio debole. Tutti negati, tranne uno: questo “tranne uno” è il messaggio implicito che verrà incessantemente veicolato al bambino in mille modi e che, recepito, lo confermerà nello statuto immaginario di eccezione, statuto in cui per primi i genitori lo vedranno e in cui si identificheranno: fragile, prezioso, sensibile, possibile oggetto di minaccia, da difendere a priori. Non si spiega altrimenti l’atteggiamento aggressivo generalizzato dei genitori in rapporto, per esempio, non già agli interventi disciplinari (ormai blandissimi, quando non banditi), ma alla semplice votazione scolastica non gradita, che assumono come cosa propria, come voto dato a sé medesimi specularizzato, dall’altra parte, dall’atteggiamento degli insegnanti che, ormai, per evitare le normali difficoltà didattiche con l’alunno, sembrano assegnare ai genitori la soluzione di quelle difficoltà che ad essi non competono, mentre riguardano esclusivamente, da un versante e dall’altro, la relazione insegnante/alunno. Alla fine sembra che i bambini, ancora una volta, non c’entrino niente, che a scuola ci vadano i genitori e che gli insegnanti, in definitiva, valutino e pretendano di correggere questi ultimi.

L’educazione non esiste più: oggi si preferisce parlare piuttosto di “percorsi”, di “accompagnamenti”, di “buone pratiche”, tutte foglie di fico di adulti pavidi, che non osano prendere atto di quel che (non) fanno, mentre si tratta sempre dei modi con cui assecondare una libertà del soggetto ispirata al principio non già di piacere, ma di inerzia o — direbbe Freud — di morte, cioè al principio di facilità. Il principio di piacere è l’altra faccia del principio di realtà: esige che il desiderio si articoli alla legge. In questo caso, invece, scompare il desiderio — che si costituisce essenzialmente nella tensione risultante dal differimento del soddisfacimento che sorge dall’incontro con la legge — e rimane la pretesa di puro e semplice godimento, vale a dire l’emergere prepotente di una forza che tende alla quiete, al principio di minor resistenza, all’inerzia. Insomma ciò che Freud identificò come pulsione di morte. Rispetto a questo principio, niente sarà mai abbastanza facile, abbastanza automatico, niente sembrerà andare pienamente da sè: la minima difficoltà, pertanto, irrita, spaventa, deprime, agita.

Genitori indeboliti intellettualmente e storditi dall’ideologia dominante abdicano alla propria funzione, ne hanno a loro volta paura e si affidano agli esperti: quel che non va e quel che non funziona diviene malattia. E la malattia sloggia la responsabilità. La famiglia, la scuola, i vari aspetti o momenti della società divengono articolazioni di un immenso manicomio affidato a normalizzatori che, con tecniche e sostanze, psicoterapie e psicofarmaci (per mangiare, per non mangiare, per dormire o per stare svegli, per calmarsi o per eccitarsi, per lavorare, per ballare, per studiare ecc.), guidano il gregge a distanza dal lupo. Il lupo, la paura: questo modo di (non) vivere postula e genera la paura e se ne fa governare. E i professionisti della paura — prendendosene cura — l’alimentano, come il pastore tiene accesa la credenza nel lupo, perché si confermi garante del gregge, cioè del conformismo.

Prendiamo il caso della strisciante psichiatrizzazione che sta avvenendo nelle famiglie e nelle scuole sotto il nome di ADHD, la sindrome da iperattività e deficit di attenzione, un’invenzione dell’Associazione Psichiatrica Americana, supinamente recepita nei vari paesi occidentali e trattata con il metilfenidato, una sostanza della stessa categoria della cocaina, prescritta con il nome di Ritalin. Negli USA si calcola che i bambini diagnosticati iperattivi e trattati con il Ritalin siano più di 5 milioni e che una diagnosi psichiatrica costi mediamente $ 1.200, farmaci esclusi. «Questo fatto elementare — sostiene Thomas Szasz, il più lucido e famoso dissacratore della mitologia della malattia mentale, nel suo ultimo libro Crudele compassione — fa dello psichiatra infantile uno dei nemici più pericolosi non solo dei bambini, ma anche degli adulti che hanno cura delle due cose più preziose della vita: i bambini e la libertà. La psicologia infantile e la psichiatria infantile non possono essere riformate. Devono essere soppresse». È dunque evidente che il primo soggetto a guadagnarci è la casta degli psichiatri.

Il secondo è l’industria farmaceutica che produce la sostanza, la Ciba- Geigy, ora inglobata nel colosso Novartis. Nel 1974 una prescrizione da 100 pillole di Ritalin costava $12; oggi costa $ 150. Solo per questo farmaco vengono fatte 6 milioni di prescrizioni a $ 150 l’una, il che significa $ 900 milioni l’anno, solo per il mercato americano.

Il terzo soggetto a guadagnarci sono gli insegnanti. Il disastro della scuola è oggetto di un tale quotidiano dibattito da non dovere insistervi ulteriormente. L’invenzione dell’ADHD è arrivata come una benedizione per molti di quegl’insegnanti che, specie nelle elementari e medie, non sono in grado di gestire le proprie classi. La questione viene dunque spostata dall’insegnante incompetente o demotivato all’allievo: io non c’entro, si tratta di una malattia. Insomma, si incolpano le vittime. Trasferendo la colpa, un insegnante ora può riuscire a far trasferire anche l’alunno in una classe speciale o a trasferirne il peso su un collega “di sostegno” (in Italia, nel 2008, qualcosa come 56.000, un nuovo piccolo settore economico!). Come minimo al bambino verrà prescritto il Ritalin. La cosa straordinaria di questa malattia è che la diagnosi può farla direttamente l’insegnante: con certe “griglie” di “osservazione” può dichiarare il bambino “in difficoltà” (malato di mente non sta bene, non si può dire) e determinarne così, semplicemente, il destino. Non a caso i maggiori sostenitori, per convinzione e numero, dell’ADHD si ritrovano fra gli insegnanti.

Il quarto soggetto che ci guadagna sono i laureandi in psicologia o in materie affini, come assistenza sociale e scienze della formazione primaria e simili, che hanno trovato sbocchi occupazionali inattesi e una sorta di nuova legittimazione. Per farsi un’idea delle loro attese e delle loro ansie in rapporto all’attività di “sostegno”, ai nuovi corsi e alla reclamata “professionalità specifica” connessa ecc., si faccia un giro per i loro blog in internet.

Il quinto attore a trarre vantaggi dall’invenzione dell’ADHD sono i genitori. Quella che un tempo si sarebbe chiamata indisciplina e avrebbe rimandato a responsabilità educative innanzitutto della famiglia, oggi è una malattia. L’incapacità a porre norme, regole e motivi, a rispettarli e a farli rispettare è all’origine di un’ansia tutt’altro che patologica, ma assolutamente logica: nessuna attività umana, nemmeno il semplice frequentarsi in famiglia, può andare senza certezze. Le regole, le norme e i motivi sono la base stabile dello svolgimento e della verifica di qualsiasi esperienza; al contrario, in loro assenza, non si dà nessuna esperienza, ma solo agitazione insensata, seguita da insoddisfazione che, a sua volta, rilancia l’agitazione. Quando arriva in primamedia, la maggior parte dei bambini ha già visto circa 8.000 scene di omicidio in TV, in case di genitori separati, assenti o ripiegati su se stessi e non raramente a loro volta alle prese con psicofarmaci, una tendenza vieppiù crescente nella nostra società. L’abdicazione dall’autorità trova nella “malattia” del figlio un sollievo al senso di colpa, che obbligherebbe a ben altro impegno intellettuale il genitore.

Per ultimo, ma non ultimo, a guadagnarci è il piccolo “paziente”: una volta diagnosticato tale, la pressione su di lui finisce. Diviene un professionista dell’incapacità e si ritrova inserito in una categoria di allievi da cui non ci si aspetta più dei risultati. Adattandosi a questa nuova prospettiva, diventa pigro: ha trovato la scusa perfetta per cavarsela senza impegnarsi secondo le sue effettive capacità. Molti bambini si sono già calmati già con la sola etichetta di ADHD e una pillola di zucchero che pensavano che fosse Ritalin.

Tutto questo, com’è evidente, non ha nulla a che vedere con la medicina e men che meno con la scienza, anche se si ammanta di uno pseudolinguaggio, di abiti professionali e di istituzioni che ad essa si richiamano. Ha piuttosto a che fare con la morale e, di conseguenza, toccando lo statuto della cittadinanza, con la politica: con la sostituzione della malattia alla responsabilità, infatti, si opera una delega crescente della libertà (in questa caso educativa) allo stato, che diviene sempre più “stato terapeutico” (Thomas Szasz), la forma contemporanea dello stato totalitario centrata sul potere crescente della tecnoscienza e degli “esperti”. Quando gli esperti entrano in tribunale si sostituiscono al giudice; quando entrano in famiglia, al padre e alla madre; a scuola, all’insegnante ecc.

Il vero sintomo dell’epoca è la pusillanimità.

Letto 3619 volte
Altro in questa categoria: Dichiarazione Culturale »

Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

Approvo

Modello Educativo

Maestri d'Arte per l'Infanzia Milano

Libri e Manuali

PENSARE oltre libri e manuali

Tutorial

Pensare oltre tutorial dislessia

Rubriche

PENSARE oltre Rubriche