L’incriminazione dell’aspetto

  • Posted on:  Martedì, 01 Ottobre 2013 07:48

di Giorgio Biondetti - 2 Maggio 2013  

L’intramontabile incombenza del pregiudizio sul comportamento umano, oggi anche nei confronti dei bambini, richiama l’urgenza di ricordare che “il comportamento umano non è sintomo di malattia” e, a maggior ragione, “il comportamento non è malattia”.

Tenendo presente tale innegabile osservazione, risulta evidente come i vari aspetti ritenuti anomali nel comportamento dei bambini, specialmente quelli individuati in contesti di apprendimento, nei quali è più facile incorrere in sbagli e errori, non possano essere considerati e catalogati come malattie, neurologiche nella fattispecie.

Perché, invece, specialisti e appassionati dei cosiddetti disturbi del comportamento nell’infanzia, eludendo il ragionamento precedente, perseverano con irriducibile tenacia nell’attribuzione di malattie mentali ai bambini in difficoltà?

Lo fanno con dovizia di particolari, ma accantonando la dovizia scientifica. Lo fanno mistificando le cose, truccando le parole, ad esempio convertendo il termine “malattia” in “disturbo” per edulcorare l’accettazione della presunta patologia, pretendendo poi nondimeno di dimostrare, con fantasiose quanto infondate ipotesi, l’origine genetica del disturbo e di risolverlo mediante somministrazione di anfetamine.

Come si può spiegare tanto accanimento, diffuso su così vasta scala tra medici, psichiatri, psicologi, pedagoghi, docenti e assistenti del settore? E’ vero che le credenze basano la fondatezza delle proprie affermazioni sull’ampiezza della loro stessa diffusione - motivo per cui il luogo comune dilaga -, ma non si tratta solo di un generico discorso proprio al luogo comune. Vi è anche un discorso di merito che attiene alla questione della difformità, di cui il comportamento difforme è solo un aspetto.

La storia ci tramanda come la società occidentale si sia dedicata varie volte, e in taluni casi con estreme misure, alla selezione delle qualità (interiori) della razza umana, sulla base delle forme esteriori. E’ accaduto e continua ad accadere. I vari connotati del viso, le differenti forme e dimensioni del capo, alla fine dell’Ottocento, hanno suggerito a Cesare Lombroso di identificare tali caratteri esteriori come elementi associati e connaturati al carattere interiore, all’indole predeterminata del soggetto. Osservando i quali si poteva prevedere, ad esempio, la propensione delinquenziale di un individuo. Questa credenza antropologica, che ha riscosso molta attenzione all’epoca - sopravvivendo clandestinamente fino ai nostri giorni -, reiterava di fatto il medesimo atteggiamento perpetrato nel medioevo, quando venivano dati al rogo gli indemoniati, individuati principalmente in soggetti di sesso femminile...

Oggigiorno, seppur meno eclatanti che in passato, sono innumerevoli le situazioni d’incriminazione dell’aspetto. Ci sono i casi, che osserviamo abitualmente, in cui il giudizio sull’aspetto conduce direttamente al pregiudizio sulla persona, ma ci sono anche atteggiamenti meno palesi.

Una persona non vedente, ad esempio, è generalmente considerata essere irrimediabilmente sfortunata, in quanto inclusa nella categoria dei soggetti che non possono vedere. Vedere come toccare. La realtà delle cose è intesa come 1:1, esistente solo in rapporto diretto rispetto al visibile e al tangibile. E’ questa l’accezione diffusa, basata sulla finitezza delle cose: se manca la visione è esclusa anche la vista. Ho conosciuto persone prive della visione materiale, ma con una vista inoscurabile del mondo tale da essere io stesso catturato dalla luce di quella vista.

La difformità inquieta, fa paura, perché viene intesa come degradazione, come un handicap che si frappone alla realizzazione personale. Secondo un’idea di realizzazione identificata nel raggiungimento di oggetti predefiniti tangibili, riconoscibili e imperdibili. All’opposto, uno scostamento da tali obiettivi genererebbe esseri sfortunati, esclusi dalla felicità. Ecco allora che si vuole togliere ad ogni costo questa così malintesa sfortuna a chi ne pare affetto, collocandolo nella condizione di dover essere salvato. Privandolo con ciò della chance di sperimentarsi e riuscire, come avviene per ciascuno, nella particolarità della sua strada.

Solo l’esperienza della vita e, tramite essa, l’insegnamento che possiamo trarre dalle persone di valore che ci circondano o che ci capita di incontrare, ci possono salvare. Ciascuno ha il compito di salvare innanzitutto se stesso dall’incombenza di un degrado, divenendo così, a sua volta, fonte inconsapevole di insegnamento per altri, in una diffusione senza eguali del luogo “non comune”.

Estratto da: 

http://traccefreudiane.com/wp/archives/2192

Letto 10971 volte Ultima modifica il Martedì, 24 Marzo 2015 14:20
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