DISLESSIA, IDO: Dire cosa non è non la definisce patologia

  • Posted on:  Martedì, 01 Ottobre 2013 08:40

Roma, 9 gennaio - Oggi la dislessia viene definita in base a ciò che non è. Non è un ritardo mentale, né un problema di ordine sensoriale, visivo e uditivo, o di tipo neurologico. Ma alla base delle difficoltà nell’ambito degli apprendimenti “non è necessario avere una patologia conclamata, ci può anche essere un inadeguato sviluppo emotivo”. A spiegarlo è Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta e direttore dell’Istituto di Ortofonologia (IdO), che sabato 19 gennaio replicherà il XV convegno nazionale dell’Istituto su ‘Le Dislessie. Il ruolo della scuola nella complessità degli apprendimenti’, in programma a Roma dalle ore 9 alle 18 presso l’Istituto comprensivo Regina Elena in Via Puglie n.4.

“Non esiste un problema di dislessia diffusa, ma un grande problema di immaturità diffusa - ha proseguito Castelbianco - stiamo assistendo ad un’esplosione di iperdiagnosi dei Disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa) ma un’elevata percentuale di bambini con questa diagnosi appartiene agli anticipatari: ovvero quei bambini che vanno in prima elementare a cinque anni”. La scuola, i genitori, gli operatori “sono tutti condizionati dalle richieste sociali che mettono la prestazione come primo obiettivo da raggiungere. Quindi - ha aggiunto il direttore dell’IdO - ci troviamo di fronte a un divario sempre maggiore tra prestazione intellettive da una parte e maturazione affettiva dall’altra, che ci porterà a confondere bambini stressati e ansiosi per bambini dislessici, chiamandoli ‘diversi’ e dirottandoli verso percorsi alternativi a causa di una disabilità che non hanno”. Le scuole, in media, segnalano una percentuale di ragazzi dislessici che varia dal “6 al 16%, anche se i dati ufficiali indicano tale stima a un 3-5% della popolazione studentesca (10 milioni). Ma dire che sono 500 mila i soggetti contraddistinti da un disturbo specifico dell’apprendimento significherebbe ammettere che stiamo vivendo un’incontrollata epidemia. In sostanza - ha precisato lo psicoterapeuta – ciò che è aumentato è il malessere delle giovanissime generazioni, che ci porta ad affermare l’ipotesi psichica e non genetica quale causa di tale disturbo. Certo - ha continuato Castelbianco - è probabile che in alcuni rarissimi casi ci possa essere una percentuale genetica ma per noi clinici e pedagogisti non cambierebbe nulla, dal momento che se non possiamo intervenire sui geni possiamo sempre intervenire sui quei comportamenti determinati da tali geni”. Inoltre, assegnare un’origine genetica alla dislessia “equivarrebbe a darle un marchio di disabilità che la bollerebbe come un disturbo immodificabile. Nella nostra attività - ha sottolineato - abbiamo verificato, invece, che una grande percentuale di bambini con Dsa riescono a compensare o superare il problema”. Per questo motivo, “occorre un’operazione culturale che riconduca la dislessia alla sua percentuale reale e ridia alla pedagogia il ruolo che le spetta nell’affrontare e risolvere le difficoltà di apprendimento, privilegiando l’ottica didattica a quella sanitaria. Gli insegnanti - ha concluso il direttore dell’IdO - devono riprendersi il loro ruolo e le loro responsabilità e non trasformarsi in operatori sanitari o spettatori della loro attività. I disturbi dell’apprendimento devono essere affrontati all’interno del contesto scolastico”. Al convegno verranno presentati anche i risultati di uno studio dell’IdO relativo a un nuovo filone di ricerca che riguarda i disturbi di apprendimento e le relazioni parentali.

Rachele Bombace

Estratto da: 

http://www.salus.it/eventi-c68/news-salute-c115/dislessia--ido--dire-cosa-non-e--non-la-definisce-patologia-5441.html

Letto 12870 volte Ultima modifica il Martedì, 10 Dicembre 2013 16:15

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