Disortografia

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Stiamo adultizzando i bambini, i quali sanno digitare con il computer molto meglio dei loro genitori, ma le tecnologie hanno sottratto loro l’esperienza motoria, la percezione del corpo e i programmi di scrittura digitale incentivano gli errori ortografici i quali vengono corretti in automatico dalle applicazioni. Inoltre, non va dimenticato che c’è una scrittura Internet, scritta dai giovani, che reinventa la lingua con vere e proprie “salse” di lettere, numeri e parole inventate (neologismi che passano dalla disgrafia alla dislessia alla sconnessione con sommo divertimento degli internauti, dato che è un gioco inventivo), che farebbero impazzire la psichiatria classica fino a farle dichiarare che tutti gli utenti di Internet sono afflitti da schizofrenia e schizofasia acuta, compresi i loro inventori. Dunque, come pretendere poi, che quando i ragazzi scrivono in calligrafia, l’ortografia sia corretta? Nemmeno gli adulti lo sanno fare più. 

Inesistente fino a qualche tempo fa, la disortografia, dalla nascita della “teoria” sui disturbi specifici dell’apprendimento (DSA), si starebbe diffondendo in maniera assai rapida e preoccupante fra i bambini in età scolare. Attualmente alcuni dichiarano un’incidenza del 2-8%, e una frequente associazione con la “dislessia”.

In pratica,se un bambino nella scrittura salta o scambia le lettere, sbaglia a mettere gli accenti o le doppie, scrive ‘in sieme’,‘l’aradio’, ‘squola’ con la q, oppure ‘a’, voce del verbo avere, senza l’acca, sbaglia i tempi dei verbi o la punteggiatura... oggi può essere dichiarato affetto da un “disturbo di scrittura”, una specifica disabilità chiamata disortografia, e quindi bisognoso di “diagnosi e trattamento riabilitativo”.

Il metodo alfabetico: dalle lettere alla frase

Come si è visto, negli Stati Uniti è stato riconosciuto che la grande diffusione della “dislessia” è stata causata dall’introduzione, negli anni ’30, del metodo globale o visivo per insegnare a leggere e scrivere ai bambini, tanto che la stessa è stata denominata “dislessia educativa". Il metodo globale si è diffuso poi anche in Europa e in Italia.

Fino a quel momento, si insegnava a scrivere con il tradizionale metodo fonetico o alfabetico, che consisteva in un apprendimento graduale e ordinato, a partire dagli elementi più piccoli del linguaggio, per giungere a quelli più complessi. Il bambino imparava progressivamente a disegnare le lettere dell’alfabeto (calligrafia), associandole alla loro pronuncia orale (fonologia); a costruire le sillabe semplici e poi quelle complesse; a unirle dapprima in parole brevi e successivamente a scrivere correttamente parole più lunghe e difficili (ortografia). Studiava quindi gli articoli, i nomi, i pronomi, gli avverbi, le preposizioni, i verbi con loro coniugazioni… (grammatica). E solo alla fine apprendeva la disposizione corretta dei vari elementi in una frase dotata di significato (sintassi), l’uso della punteggiatura e la costruzione di periodi più lunghi e complessi.

Fino a che una tappa non era stata raggiunta e consolidata, non passava alla successiva, ma faceva ulteriore esercizio.

“Orto-grafia”: “scrittura dritta”, “scrittura corretta”. Apprendimento della scrittura ordinato, graduale e preciso. Come si potrebbe apprendere a scrivere in altro modo?

Una casa si comincia a costruire imparando a posare i mattoni, mettendoli dritti, e poi con questi si alza un muro e poi, pian piano, sorgono pareti, pilastri, architravi, stipiti, solai, tetti … e la casa si edifica. Se i mattoni sono storti, la casa cade.

Nonostante ciò, il metodo alfabetico fu abbandonato e sostituito dal metodo globale. Forse perché, come si legge, “il metodo alfabetico esige lunghe e aride esercitazioni, ed è piuttosto lontano dalle esperienze degli alunni”.

Il metodo globale: subito la frase e il significato

Il metodo alfabetico non piace. Necessita impegno, applicazione. Nella scuola moderna tutto deve essere facile, rapido, gradevole. Niente sforzi, attese, frustrazioni.

Il metodo globale risponde alle esigenze di immediatezza, spontaneità, naturalità dell’apprendimento, attraverso “l’immersione nel linguaggio scritto”:

« Il metodo globale o visivo parte da parole, frasi o racconti per giungere in seguito eventualmente, ma non sempre, all'analisi delle sillabe e delle lettere.

Si apprende a leggere e scrivere "globalmente", per parole intere, unendo subito il suono al segno e al significato, quindi non più per suoni o segni che non hanno alcun significato e servono solo come esercizio. Viene assegnata preponderanza alla funzione visiva, mentre viene trascurata la mediazione fonologica »[1].

Il metodo globale salta direttamente alla frase e non fa perdere tempo in noiose preparazioni. Subito il significato. Subito la frase. Subito la casa tutta intera!

Scomparse le lunghe esercitazioni, gli aridi quaderni, le noiose ripetizioni, i numerosi dettati, le regole da imparare, le fastidiose correzioni in rosso, i brutti voti, le pagine da rifare… Se il bambino sbaglia non è grave: l’importante è che si esprima “liberamente”!

Ma poi … le case crollano.

Quando, anni dopo, gli alunni istruiti con il nuovo metodo si iscrissero alle scuole superiori, le conseguenze vennero alla luce. Gli insegnanti cominciarono a notare nei nuovi allievi una serie di errori grammaticali e sintattici mai riscontrati prima e la situazione peggiorava di anno in anno. Come scrive Paola Mastrocola, professoressa di italiano al liceo scientifico e scrittrice, nel suo ultimo libro Togliamo il disturbo:

«Quando entravano in prima superiore, una volta, diciamo una decina di anni fa, i ragazzi sapevano la loro lingua, l'italiano, mediamente bene: erano in grado di scrivere correttamente le parole, e anche di fare l'analisi logica. […] Oggi solo dieci ragazzi su cento a quattordici anni sanno la grafia corretta dell'italiano, mettono la punteggiatura, riconoscono un soggetto, un predicato verbale o nominale, un complemento oggetto, distinguono un avverbio da una congiunzione »[2].

Uno stupefacente “ribaltamento”

Fu evidente che non si riusciva più ad ottenere testi scritti corretti e coerenti da parte dei ragazzi. Fu dunque riconsiderato e messo in discussione il metodo di insegnamento usato? Per nulla.

Avvenne invece qualcos’altro di assolutamente stupefacente, un incredibile capovolgimento delle cose: pur di non ammettere il difetto del nuovo metodo e le proprie responsabilità, il difetto fu attribuito ai bambini.

Si cominciò a sostenere che nascevano bambini i quali, per qualche strano capriccio della natura, fuori di tutte le leggi dell’ereditarietà e della genetica, avevano sviluppato in percentuali elevatissime - centinaia o migliaia di volte superiori a quelle delle malattie genetiche più diffuse finora conosciute - un nuovo difetto nel cervello, in seguito al quale non riuscivano a imparare a leggere e scrivere correttamente.

La nuova malattia venne chiamata “disortografia”. Il difetto “neurobiologico” attribuito ai bambini fu un “deficit di transcodifica”, dovuto a un “difetto di funzionamento dei centri nervosi deputati alla trasformazione della lingua orale in lingua scritta”.

I “sintomi” della “nuova” malattia

I “sintomi” della “nuova” malattia furono identificati in una serie di errori nella scrittura.

“Errori fonologici, quali omissioni, inversioni di lettere (pla/pal), sostituzioni di lettere simili a livello visivo (grafemi) (b/d, p/q) o sonoro (fonemi) (f/v, s/z)”.

Questi errori corrispondono a quelli commessi nella lettura dai bambini considerati affetti da “dislessia”, ma sono conseguenti invece a insufficiente insegnamento della fonologia, con il metodo globale.

“Errori non fonologici, dovuti al mancato rispetto delle regole della lingua italiana”, considerati però anch’essi sintomi della nuova “malattia” e classificati come segue.

“Errori di ortografia, ad esempio nel posizionamento degli accenti, nell’uso delle doppie, nella separazione delle parole (l’avato, alcinema); scambi di lettere con lo stesso suono (squola per scuola); oppure lo scrivere a, voce del verbo avere, senza l’acca”.

“Errori di grammatica, quali errori nella coniugazione dei verbi e nell’uso della punteggiatura”.

“Errori di sintassi”. Ogni commento pare superfluo!

 

Il trattamento “riabilitativo”

Cosa si è pensato dunque di fare per rimediare al disastro?

Come per la dislessia, anche per la “disortografia”, il “trattamento riabilitativo” comprende strumenti dispensativi e compensativi”: prove orali al posto delle prove scritte, uso del registratore per non dover prendere appunti dalle lezioni, uso del computer con il correttore ortografico, “non correggere e non valutare gli errori ortografici nei temi”, esenzione dai dettati.

Con tali prescrizioni anche questi bambini vengono “dispensati” proprio dall’esercizio che già è loro mancato, e che invece è proprio indispensabile per giungere a scrivere correttamente, alla “orto-grafia”, alla corretta scrittura.

 

 

[1] Come insegnare a leggere e a scrivere? Di Marisa Bracaloni

http://www.edscuola.it/archivio/comprensivi/leggere_e_scrivere.pdf

 

[2] P. MASTROCOLA, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Parma 2011, Guanda, p. 13-15.

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