Pillola della moralità, il “New York Times” ci crede davvero

  • Posted on:  Martedì, 01 Ottobre 2013 08:23

Calendar 8 febbraio, 2012

di Alessandro Giuliani 

biostatistico e primo ricercatore presso l’Istituto Superiore di Sanità

 Il New York Times riporta con grande rilievo i risultati di un esperimento eseguito in Dicembre da ricercatori dell’Università di Chicago sul fatto che  alcuni ratti, invece di seguire i ‘bassi’ istinti della fame e sbafare della golosissima cioccolata preferivano darsi da fare per liberare un loro simile visibilmente imprigionato in un tubo (molto equilibrato ed azzeccato il commento sul Corriere della Sera, una volta tanto assegnato ad un vero scienziato).

Il commento che invece  mi viene in mente a tutta prima è ‘embè ?’ .. il comportamento animale (non solo quello umano) ha una notevole variabilità, gli esseri viventi non sono macchine deterministiche e, nel campionario di risposte possibili a quello che a noi appare lo stesso stimolo, danno risposte anche molto diverse fra loro.  In regime di ragionevolezza, questo è l’unico commento rilevante, fossimo in un’aula universitaria potremmo immaginare di usare questo (non particolarmente eccitante) esperimento per discutere quanta parte di questa variabilità sia legata alle contingenze (lo stesso animale si potrebbe comportare in maniera diversa a seconda della sua fame, del grado di parentela con il prigioniero, delle sue condizioni fisiche, della durata dell’esperimento, dei segnali lanciati dal prigioniero, del puro caso..) o a fattori più stabili (età, corredo genetico, posizione di dominanza nel branco …).

Invece il New York Times, con la firma di Peter Singer, ne fa un caso di rilevanza filosofico-morale e addirittura chiama dentro scenari futuribili come la ‘pillola dell’empatia’ che, fornita ad esseri umani particolarmente egoisti, potrebbe migliorare il mondo.  Ci sarebbe da fare una risatina sardonica sullo spaventoso abisso di ignoranza e faciloneria che pervade una buona parte della cosiddetta ‘intellettualità liberal’ soprattutto negli Stati Uniti, ma forse vale la pena analizzare come una mente pensante possa arrivare a prendere spunto da un tale esperimento per allargarsi ai massimi sistemi, se non altro perché queste persone gestiscono un potere pericolosamente ampio.

Direi che potremmo immaginare le fallacie del ragionamento in una serie di diversi livelli di ’errore’:

1)      Estrapolazione indebita ed antropomorfismo: l’equazione ‘ratto che aiuta’ = ‘uomo empatico’ ; ‘ratto che sbafa il cioccolato’ = ‘uomo egoista’ è palesemente assurda, i ratti hanno un comportamento molto diverso da quello degli uomini e l’interpretazione è tutta nella mente del ricercatore, il ratto non sappiamo proprio come vede il dilemma e certo non lo vede attraverso il filtro che si è stratificato in millenni di storia umana (con il suo portato di religione, morale ecc.).

2)      Il fatto stesso che ci sia variabilità di comportamento ci porta ad immaginare che siamo di fronte a risposte legate a fattori multipli, impossibile pensare ad un’azione deterministica di un farmaco che non saprebbe dove agire per rendere ‘blindata e certa’ la risposta.

3)      Sostanze che ci fanno cambiare l’umore e quindi il comportamento esistono e sono note fin dai tempi della Bibbia, Noè si ubriaca e scatena l’ilarità dei figli, gli eroi Omerici bevevano per affogare il dolore o  per farsi coraggio e gli amici di Ulisse si sconvolgevano di  estratti di piante psichedeliche (il famoso episodio dei Lotofagi), potremmo continuare a lungo. Così come nel caso dei ratti, queste sostanze cambiano l’empatia DIMOSTRATA dagli uomini di solito in meglio (immaginate gli ubriachi che si baciano e si abbracciano fra loro o, ad un dosaggio molto più lieve, la diffusa usanza di bersi un bicchierino per suggellare un accordo o festeggiare una ricorrenza..)  ma a volte in peggio (il marito ubriaco torna a casa e picchia la moglie).

Potremmo continuare a lungo ma questo può essere un divertente esercizio di senso comune da lasciare ai lettori, la cosa veramente importante è a questo punto meditare su come delle persone che si reputano intelligenti e colte possano straparlare in questo modo. L’idea che mi sono fatto è che, come diciamo a Roma, in realtà ‘ce fanno’ , cioè non ci credono veramente ma semplicemente perseguano una martellante strategia di lungo periodo per far dimenticare agli esseri umani la coscienza del loro libero arbitrio. In questa strategia tutte le assurdità vanno bene, soprattutto (anzi specialmente) se iniziano ‘Ricercatori della prestigiosa Università..’. In Italia la nostra santa ignoranza (ma unita ad un salutare senso comune) ci salva (tranne un certo  ahimè crescente ceto di mezzi intellettuali lettori di giornali) dal veleno, ma altri popoli sono molto più esposti. 

http://www.uccronline.it/2012/02/08/pillola-della-moralita-il-new-york-times-ci-crede-davvero/

Letto 12476 volte Ultima modifica il Martedì, 10 Dicembre 2013 16:17

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