Bambini difficili o talenti nascosti?

  • Posted on:  Lunedì, 04 Febbraio 2019 14:17

di L. V. Sapia- Intervista al professor Henning Köhler.

«Dietro alla cosiddetta sindrome da deficit di attenzione e iperattività, spesso si nasconde in realtà un talento che noi non siamo ancora in grado di riconoscere ed accettare. Anche se si tratta di risorse di cui la nostra cultura attuale ha estremo bisogno»

Sempre più spesso si sente parlare di bambini «difficili», e delle sindromi da iperattività e deficit di attenzione (ADHD). A fasi alterne si riaccendono i dibattiti circa l’opportunità di autorizzare la somministrazion di psicofarmaci, primi fra tutti il Ritalin, ai bambini. Eppure ci sono altre prospettive su questi temi.
Da un lato, si avanzano prove della connessione fra il consumo di coloranti e zucchero bianco e l’aumento di irrequietezza nei bambini, dall’altra si aprono delle prospettive educative per rispondere a queste domande. Henning Köhler è pedagogista, terapista e ricercatore, fondatore dell’Istituto Janus Korczak di Nürtingen (Stoccarda), nel quale un team di specialisti offre servizi di consulenza e terapia, rivolti a bambini, adolescenti e famiglie, e autore di numerosi libri.
Con il suo lavoro, egli rivolge uno sguardo nuovo ai bambini «difficili», portando all’attenzione come questi comportamenti siano frutto di un disagio, non tanto da reprimere, quanto da ascoltare, e sottolineando l’importanza del recuperare uno sguardo positivo sull’infanzia e sulle risorse che ogni bambino porta in sé, come «progetto di vita».
Incontriamo il professor Köhler durante un seminario, insieme alla sua collaboratrice, la dottoressa Ute Wagner Zavaglia.

Professor Köhler, cosa l’ha portata ad affermare che non esistono bambini difficili? Prof. Köhler: I bambini vengono al mondo con una fiducia intatta nel fatto che il mondo sia buono, ma sperimentano poi una delusione. Il loro comportamento, che a noi appare difficile, è la conseguenza di questa delusione, di questo disorientamento, del quale essi non hanno alcuna responsabilità.
Ma c’è anche un altro aspetto: oggi abbiamo perso la capacità di riconoscere cosa è l’infanzia, e consideriamo «difficile», ciò che in realtà è genuinamente infantile, anche se non corrisponde alle aspettative degli adulti.

Come mai si osserva un aumento dei bambini considerati «difficili»?
Prof. Köhler:
La definizione di «normalità» si sta progressivamente restringendo, e tanto più questo accade, quanto più i comportamenti dei bambini vengono considerati anormali e vengono trovate nuove definizioni di patologie ad essi legate. Ne sono un esempio le diagnosi di legastenia e dislessia. Cento anni fa era considerato normale che i bambini non sapessero né leggere né scrivere fino ad un’età avanzata. Con l’arrivo dell’alfabetizzazione universale si è instaurata una costrizione di modi e tempi per imparare a leggere e scrivere, così è comparso un nuovo problema, ben presto individuato e diagnosticato come patologia. Analogamente, nel 1986 è stata introdotta la discalculia come quadro patologico: a un certo punto i bambini che non sapevano fare i calcoli venivano considerato malati. Con l’ADHD è accaduto qualcosa di simile. Nelle condizioni di vita attuali, soprattutto nelle grandi città, viene fortemente limitata la possibilità dei bambini di muoversi liberamente, così i bambini particolarmente vivaci vengono etichettati come patologici, anche se in condizioni diverse non sarebbero stati considerati tali.

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